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martedì , 29 Novembre 2022

Gas in fuga. Politica con altri mezzi, ovvero quello che Draghi non dice (con chiarezza)

02.04.2022 – 12.13 – E se Vladimir Putin, oggi 1 aprile, dopo la minaccia (ridimensionatasi nel pomeriggio ma sempre presente) fatta a tutti i paesi “poco amichevoli” nei confronti della Russia, fra i quali spicca l’Italia, dovesse davvero chiudere il gas di fronte a un mancato pagamento in rubli? Non sarebbe per niente un pesce d’aprile o una cosa da ridere, e costringerebbe molti governi europei, fra i quali (e in prima fila) quello di Mario Draghi, a giocare (finalmente) a carte scoperte con i propri cittadini. Nessun “Whatever it takes” permetterebbe infatti a Draghi, che con l’appoggio del Parlamento ha aderito, assieme a molte altre nazioni, alle sanzioni contro la Russia, di cambiare quella che è la realtà: se il gas russo dovesse smettere di arrivare in Italia, i prezzi per l’energia, già altissimi, farebbero un nuovo e forte balzo in avanti, mettendo a serio rischio la sopravvivenza di moltissime realtà produttive (e quindi i posti di lavoro) e la tenuta dei bilanci mensili delle famiglie, da inizio 2022 già minacciati.

Il gas russo, secondo i dati IEA del 2020, costituisce il 40 per cento delle importazioni di gas naturale dell’Unione Europea; i paesi che più dipendono da esso sono in primo luogo la Germania (con poco meno di 43 miliardi di metri cubi l’anno), e ha già suonato l’allarme, e l’Italia (con oltre 29 miliardi di metri cubi), dove invece i governi hanno l’abitudine di parlare in modo molto meno trasparente con i cittadini, e dove Draghi prima ha minimizzato con un “vedremo”, decidendo però poi, nel corso di questa settimana, di telefonare a Putin (difficile che abbiano parlato solo di diritti umani). Gli Stati Uniti sono totalmente indipendenti da questa fonte energetica; per l’Italia, si parla di rivolgersi ad altri fornitori, guardando all’Africa (l’Algeria, la Nigeria). È possibile, ma ci vogliono anni. Da parte loro gli stessi Stati Uniti, ben consapevoli di ciò che significano per l’Unione Europea i ponti tagliati con la Russia (ne siamo forse molto meno consapevoli noi, almeno di fronte a una “cancel culture” che fa spesso inorridire se la s’invoca in difesa della libertà), hanno promesso di rifornire il Vecchio Continente con 50 miliardi di metri cubi di gas liquido l’anno fino al 2030; resta da vedere se, vista la scarsità di impianti di rigassificazione e la necessità di importanti opere infrastrutturali (nel capoluogo giuliano non si sono volute fare), quanto di questo sia immediatamente fattibile, e in ogni caso la dipendenza si sposterebbe da un fornitore unico all’altro, cosa che politicamente non si è rivelata finora azzeccata. Per il prossimo inverno all’Italia non rimarrebbe che una sola chance, visto che di altre fonti d’energia, e soprattutto del dove trovarle e come sfruttarle, non si parla ancora con chiarezza: riattivare le centrali a carbone. Ed è qualcosa per cui esistono già piani operativi, con buona pace dell’ambiente, dei “venerdì per il futuro” e dell’Agenda 2030, che oggi può forse cambiar titolo, prendendo quello di “Sopravvivenza 2030”
E il petrolio, e la benzina? Messa da parte, assieme all’Agenda 2030 e alla sostenibilità, anche l’idea di sostituire la nostra auto con una nuova elettrica “green” (le batterie si ricaricano con un pieno di corrente, la corrente costa, costa meno un pieno di benzina anche se costa tanto), teniamoci stretta quella vecchia fin che va e soffermiamoci sul fatto che la Russia è il terzo paese produttore di petrolio per importanza nel mondo (quasi 11 milioni di barili al giorno), dopo gli Stati Uniti e quasi al pari con l’Arabia Saudita: più della metà del petrolio che produce arriva in Europa (solo il 3 per cento va negli Stati Uniti). Per il petrolio, trovare fornitori alternativi è più facile, e anche in questo caso gli Stati Uniti hanno già iniziato a prenderlo dalle loro riserve strategiche nel tentativo di calmierare i prezzi sul mercato. Hanno anche chiesto, a dire il vero, all’Arabia Saudita di aumentare la produzione, ma sono stati ignorati: Arabia Saudita vuol dire OPEC, e l’OPEC, dell’opinione di Joe Biden (che si è rivolto anche al Venezuela, finora bersaglio prediletto delle sanzioni – ma il Venezuela adesso vende alla Cina), non si cura sempre. Tra l’altro la Russia, dell’OPEC, è piuttosto amica. L’Unione Europea farà di tutto per raggiungere la riduzione del 60 per cento delle importazioni di gas russo entro l’anno, obiettivo estremamente difficile; per ora però, del gas, siamo alla canna, e prepararsi a un razionamento dell’energia è realistico. E il razionamento d’altro genere, ad esempio quello sull’olio di semi di girasole, già si vede sui banchi dei supermercati. E chi grida “embargo totale sull’energia in aiuto dell’Ucraina”, dell’embargo forse non ha ben presenti le per noi disastrose conseguenze dirette. Se invece le ha, farebbe bene a parlar chiaro alla gente, e subito; per parlare con Putin invece, visti i confini ora chiusi ai leader europei, a Draghi non resta ora che il telefono che ha già usato.

[r.s.]

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