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martedì , 29 Novembre 2022

Giochi di guerra fatti in maschera. Le armi nucleari dell’Ucraina

23.02.2022 – 08.53 – Quando 800 è molto meno di 1900. La Russia di Vladimir Putin ha ormai palesemente cestinato gli accordi di Minsk e mosso le sue pedine sullo scacchiere militare dell’est Europa; una delle dichiarazioni di Putin, sia essa bollata come motivazione o pretesto, riguarda il rischio rappresentato dalla possibilità che l’Ucraina persegua nuovamente la strada di un proprio armamento nucleare: anche per questo, per la Russia, il suo ingresso nella NATO sarebbe inaccettabile, in quanto porterebbe i missili dell’Occidente ad essere “a pochi minuti da Mosca”. Un posizionamento nucleare di tale natura (con missili tanto vicini da non potersi difendere in alcun modo: tanto vicini da poter consentire un attacco preventivo che privi Mosca stessa della capacità di risposta) equivale, e non da oggi (la prima, vera crisi di questo genere fu quella di Cuba, i tredici giorni del 1961), a una dichiarazione di guerra. “Meglio prima che dopo”, e agire per tempo prima che gli USA più che la NATO mettano i missili sulla porta di casa nostra, sottintende quindi la Russia oggi.
L’Ucraina di missili nucleari non ne ha. Dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica, nei primi anni Novanta, Kiev poteva vantare – per derivazione – di essere la terza potenza nucleare nel mondo: sul suo territorio erano rimasti 176 missili balistici intercontinentali (gli ICBM) con oltre 1200 testate di varia tipologia e letalità. 130 erano gli SS-19 del tempo, con sei testate ciascuno, e 46 gli SS-24 con dieci testate, una potenza sufficiente a cancellare qualsiasi avversario. Rimanevano poi in Ucraina diverse decine di bombardieri con capacità nucleare Tu-95 e Tu-160. A questo deterrente, l’Ucraina ha volontariamente rinunciato in cambio di precise promesse di tutela della sua indipendenza e territorialità fatte sia da est che da ovest; più di qualcuno dei suoi esponenti politici ha fatto cenno di essersene pentito.

Oggi l’Ucraina ha esclusivamente impianti nucleari civili ed è un paese membro di tutti i maggiori accordi di non proliferazione nucleare, fra i quali quello dell’Aia del 2002 e l’MTCR (che riguarda le tecnologie di guida); i quali, però, hanno subito una forte battuta d’arresto già diversi anni addietro, con l’abbandono prima da parte degli Stati Uniti di diversi accordi sulla non proliferazione nucleare, seguita dalla decisione della Russia di fare altrettanto e riarmarsi liberamente. Proprio i nuovi negoziati sulle armi nucleari sono una delle carte messe da Vladimir Putin sul tavolo di una possibile trattativa con gli USA e (nell’ordine) con la NATO. Fin dal primo giorno d’indipendenza l’Ucraina ha dichiarato di voler fondare la propria difesa su tre principi basilari: non accettare, non costruire e non acquisire armi nucleari da nessun altra potenza. Presto, però, i suoi leader hanno iniziato a rendersi conto di quanto il “tasto nucleare” sia sensibile per l’Europa e l’Alleanza Atlantica; nella dichiarazione del 16 luglio 1990 che ha portato poi all’indipendenza (nel 1991, dopo il colpo di stato militare a Mosca), la costituzione di un proprio esercito indipendente è definita come “diritto naturale” ed è fra i “compiti principali”. Al crollo dell’URSS le installazioni militari sovietiche sul territorio ucraino erano state dichiarate di proprietà dell’Ucraina stessa, che aveva manifestato l’intenzione di prendere il controllo operativo sulle armi nucleari; questo, naturalmente, non poteva essere accettato con facilità dalla Russia: gli ufficiali presenti avevano risposto di considerare qualsiasi tentativo di interferire da parte dell’Ucraina come una diretta minaccia, e si era quindi giunti all’accordo, seppur con un ripensamento del presidente ucraino di allora, Leonid Kravchuk, e una temporanea sospensione nel marzo 1992 con conseguente tensione internazionale. Nel maggio 1992, la restituzione alla Russia era stata però finalmente concordata in via definitiva; l’accordo firmato a Mosca il 14 gennaio 1994 da Stati Uniti, Russia e Ucraina era stato considerato come un importante successo dell’Occidente nel disarmo nucleare: in cambio dei missili, la Russia aveva inviato 100 tonnellate di combustibile nucleare per le centrali ucraine, e gli Stati Uniti avevano pagato alla Russia 60 milioni di dollari. L’operazione di restituzione o smantellamento era stata completata fra il 1996 e il 2001. Fin qui, tutto bene. L’Ucraina, però, ha ereditato, oltre ai missili ormai smantellati, anche il 30 per cento della formidabile macchina militare sovietica, che all’epoca costituiva quasi il 60 per cento dell’imprenditorialità nazionale e impiegava il 40 per cento della sua popolazione in attività connesse anche con il nucleare e altamente specializzate. L’Ucraina era, ed è, leader nelle tecnologie legate alla missilistica, in particolare quelle che stanno alla base di sistemi radar e di guida intelligente (per questo è nell’MCTR); è anche paese esportatore di armi, dotato di una propria e sviluppata rete d’affari. Armi finite spesso, nonostante le convenzioni e gli accordi stretti, e in barba a essi attraverso il mercato nero, in mano a paesi politicamente instabili e a regimi non sempre democratici, fra i quali quello iraniano. Se la “maskirovka” è un tratto caratteriale delle operazioni militare russe, quelle ucraine di commercio e sviluppo di tecnologia militare di “maschere” ne hanno messe su altrettante.

Si torna così alla domanda iniziale, ovvero: potrebbe l’Ucraina produrre armi nucleari e minacciare la Russia? Non immediatamente, ma, data la padronanza della tecnologia ed essendo in grado di costruire vettori e sistemi di guida, certamente sì, e in un tempo, se lo si volesse e se non ci fossero le (inevitabili) conseguenze che tutti possiamo immaginare, relativamente breve. Ci ricordiamo di Chernobyl non a caso; L’Ucraina ha ad oggi quattro impianti nucleari operativi, per un totale di 15 reattori situati nella regione occidentale della Volhynia e nel sud del paese: 13 Gigawatt di potenza elettrica, circa la metà del suo fabbisogno di energia, settima nazione nel mondo; sono interamente amministrati dallo Stato. Del come un impianto nucleare civile possa essere convertito alla produzione di armi si è estesamente parlato negli scorsi anni analizzando la minaccia iraniana: ottenere l’uranio o il plutonio necessario partendo da zero non è per niente semplice, ma se si sa come fare, si può e non è neppure, assurdamente, troppo difficile. Le stesse macchine che producono combustibile nucleare per le centrali possono anche produrre materiale per le armi, e qualsiasi impianto di arricchimento civile può essere utilizzato per la guerra: è per questo che esistono l’IAEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e gli ispettori, che hanno il compito di verificare che neppure una parte del materiale prodotto “sparisca” per poi ricomparire sotto altre vesti. Una bomba nucleare richiede solo una piccola quantità di uranio; per l’IAEA, una quantità “significativa”, “militare”, equivale a 25 chilogrammi, ma ne bastano meno per armi comunque devastanti. Un reattore nucleare civile da 1000 Megawatt usa 27mila chilogrammi di uranio debolmente arricchito (non ancora, quindi, adatto all’uso militare) per ogni anno di attività; un impianto di arricchimento abbinato, anche in modo segreto (di nuovo: non è facile, ma si può, e si torna alle accuse all’Iran e alle allusioni di Putin), a un singolo reattore nucleare potrebbe produrre materiale per 20 testate nucleari l’anno; e l’uranio può essere arricchito anche attraverso cicli ripetuti e con impianti di piccole dimensioni, in un tempo più lungo, anche manipolando le centrifughe destinate all’arricchimento civile. È una scelta fra efficienza e velocità, che si risolve in un intervallo di tempo fra 1 e 5 anni per avere la prima bomba da quando si decide di iniziare, se l’arricchimento militare si decide di portarlo avanti. Poi il tutto va trasformato in arma che si può lanciare, e l’arma nucleare va provata, e questo non può essere tenuto nascosto; nel momento in cui la si prova, però, c’è già, esiste: e molto probabilmente è già montata su almeno un paio di altri missili, che meno distanza devono fare (Kiev e Mosca distano 800 chilometri, Cuba e Washington più del doppio) e più piccoli e occultabili possono essere, al punto di poter trasformare in arma offensiva anche vettori tattici multiruolo destinati primariamente alla difesa. Una questione di tecnologia, e di giochi di guerra fatti in maschera, dove non vince nessuno.

[r.s.]

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