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mercoledì , 17 Agosto 2022

C’era una volta il PNRR, ovvero l’Europa “green” alla canna del gas

28.04.2022 – 11.45 – C’era una volta, in Italia, non tanto tempo fa, il PNRR. Attraverso di esso, un paese mediterraneo piegato dal Covid-19 provava a ripartire: al PNRR e agli interventi dell’Unione Europea, “Next Generation EU”, guardava con speranza chi aveva perso il lavoro o visto le attività bloccate per due anni da una ridda di decreti e interventi limitati, contraddittori e poco chiari. Il piano di ripresa e resilienza avrebbe lasciato “una preziosa eredità alle generazioni future, dando vita a una crescita economica più robusta, sostenibile e inclusiva” e andando dalla mobilità e logistica alla salute all’istruzione e alla rivoluzione verde. Oggi di PNRR si parla ancora; ma tutto, in un tempo molto rapido, è cambiato a tal punto da far pensare a se sia il caso o meno di continuare a farlo. Soprattutto ora – con la cessazione delle forniture di gas russo a Polonia e Bulgaria, un passo non inatteso dai due paesi ma che molti si ostinavano a definire “impensabile” in quanto la Russia, del denaro dell’Europa, “ha bisogno” (eppure l’Occidente, dell’energia russa, ha bisogno ancora di più). All’Italia, che rientra già da tempo nella lista dei “paese ostili” stilata da Vladimir Putin, lo stop alle forniture di gas toccherà fra qualche giorno; certamente “ostile” da un punto di vista russo l’Italia è, e rimane, visto che Mario Draghi tra pochi giorni volerà negli Stati Uniti non per parlare di pizza e turismo, ma “per riaffermare la storica amicizia tra i due paesi”, con al centro dell’incontro, come sottolinea Palazzo Chigi, le misure a sostegno del popolo ucraino (ovvero – certo ci sarà anche altro, ma questo è il punto – la fornitura di armi comprese quelle pesanti, per motivare il quale si discute ora del “diritto alla difesa”) e il coordinamento con gli Alleati. Bulgaria e Polonia, rimaste a secco per essersi rifiutate di pagare il gas in rubli, vengono ora rifornite di energia da altri paesi europei; le più bisognose della materia prima restano però la Germania e l’Italia, ai fabbisogni delle quali l’Europa non può provvedere considerate le dimensioni delle forniture che occorrerebbero e il rischio di esaurire del tutto le riserve strategiche. Cosa che avverrebbe in un tempo molto breve: pochi mesi, trascorsi i quali si arriverebbe a ridosso dell’inverno a stufe spente e aziende senza elettricità (e, no, per far girare un’industria non basta tener spento il condizionatore d’aria, anche se aiuta: resta solo il carbone).

Se il gas che abbiamo in Italia, dal momento in cui la fornitura russa cesserà, può durare solo pochi mesi prima della necessità di razionamento e tutto ciò che ne consegue, quanto può durare, invece, la guerra? Molto di più. Senza che le truppe NATO mettano piede in Ucraina scatenando la Terza guerra mondiale (le minacce di Putin sono risuonate chiare e forti anche oggi, indirizzate ai paesi intenzionati ad aumentare la fornitura di armi e di Intelligence – compreso l’uso di informazioni satellitari e di centri avanzati di comunicazione) Kiev, che nonostante le gaffe militari di Mosca ha ripreso a perdere terreno, il confronto con la Russia non ha nessuna speranza di vincerlo. La strategia, ora pubblicamente esposta dagli Stati Uniti, è diventata quella d’attrito: gli aggressori sul piano della teoria dei giochi sono ora due, il primo (e originario) è la Russia stessa che ha invaso l’Ucraina, il secondo gli Stati Uniti, nazione che ora compete apertamente con la Russia attraverso gli alleati europei (primo fra tutti il Regno Unito, ma l’Italia di Mario Draghi non viene molto dopo) allo scopo di conquistare una risorsa di un determinato valore, che non è l’Ucraina stessa, ma il predominio mondiale (la conservazione dello stesso), indebolendo il più possibile la Russia (e la Cina). Vincerà chi persisterà nel gioco più a lungo: gli Stati Uniti hanno grandi risorse e indipendenza energetica, e possono permettersi di farlo (peraltro, non sono in prima linea: ci siamo noi), la Russia ha il supporto dell’Asia (non solo della Cina) quindi della maggior parte della popolazione del globo, e può reggere altrettanto a lungo. Il costo che ciascuno pagherà sarà proporzionale alla durata del gioco, a meno che, in uno scenario nucleare inizialmente impensabile e ora via via purtroppo meno remoto man mano che la posta si alza, non venga fatto saltare il banco e non vinca quindi nessuno. Se si continuerà a giocare, non sarà un gioco breve, ed è realistico pensare che possa durare fino a tutto il 2024. Il rischio che si corre nell’alzare la posta giocando d’equilibrio sulla formulazione scritta del diritto alla difesa, previsto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, è che Vladimir Putin percepisca la guerra come una lotta fra lui stesso e l’Occidente, e la ritenga una minaccia all’esistenza della Russia; cosa questo possa significare, lo sappiamo già, e costituisce il motivo dell’esistenza del suo arsenale nucleare strategico.

Proprio le ragioni di questa guerra e le stiracchiature semantiche, man mano che diventerà più lunga, potrebbero però essere la causa di una frattura fra i paesi del fronte europeo ora unito in difesa dell’Ucraina. L’Europa vorrebbe un cessate il fuoco, ma non sa più come ottenerlo di fronte alla richiesta di armi e non di soluzioni diplomatiche. Il governo dei “falchi” di Boris Johnson non sembra investire la maggior parte delle sue energie nella ricerca di una via negoziale; non sembra farlo neppure Mario Draghi, e dal PD di Enrico Letta arrivano quotidiani incitamenti al “fare di più” anche in termini militari. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di non ritenere più sufficiente una eventuale sconfitta sul campo ucraino delle forze russe: come ha detto il segretario alla difesa Lloyd Austin, gli USA vogliono portare la Russia a essere così debole “da non poter più fare queste cose” (frase che si potrebbe interpretare come: “incapace di azioni militari”), è qualcosa che ricorda il post 1989 dove si volle stravincere e non solo vincere, germe della situazione di oggi. Non tutti gli alleati europei potrebbero accettare una posizione di questo genere: sia per i legami forti, fatti anche di storia e cultura, che molti paesi d’Europa con la Russia hanno, che per la consapevolezza di come questo significherebbe tornare di colpo al dilemma della minaccia all’esistenza della Russia e all’uso del suo deterrente nucleare strategico. Se per il Regno Unito far di più per far vincere l’Ucraina va bene, e gli aggressori vanno ricacciati indietro anche dal Donbas (cosa impossibile da realizzare), così non è per l’Ungheria o la Serbia, e l’Austria si oppone alla procedura rapida d’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea. E ancora: quando si arriverà, e senza intervento esterno ci si arriverà, allo stallo militare e né Volodymyr Zelensky né Vladimir Putin saranno in grado di fare nient’altro senza un’escalation che coinvolga altri paesi, tornerà il momento della politica, e si dovrà parlare di un accordo. L’Unione Europea immagina la pace: e se non fosse così? Se l’Ucraina di Zelensky, che di fatto in questi giorni non sta cercando più un negoziato con Putin così come prima non lo cercava per davvero Putin (e in questo si ripete la situazione del dopo 2014, in cui anche ad accordi fatti nessuno poi volle metterli veramente in pratica) volesse invece passare all’offensiva rifiutando scenari diversi proposti dall’Europa? L’Ucraina, dopo uno stallo militare, potrebbe ritrovarsi politicamente divisa al suo interno, con gli ultranazionalisti desiderosi di continuare a combattere superando i confini della Russia piuttosto che accettare una tregua, opposti al governo con la trasformazione della guerra guerreggiata in una guerra civile, magari con la minaccia del nucleare tattico visto che la capacità tecnologica c’è (e non è fantapolitica, ma uno scenario che l’intelligence USA sta analizzando da tempo); se fosse così, che parte prenderebbe l’Occidente?

E, per finire, se il costo di rimanere senza gas russo e petrolio fosse così elevato da far perdere il consenso dell’opinione pubblica ai governi attualmente in carica, di fronte a una guerra che già è tutto meno che ritenuta inevitabile o necessaria dal cittadino comune? Sentir dire: “L’Europa non accetterà ricatti”, avendo a mente che il gas russo è appunto russo e la Russia con esso farà ciò che vuole, piaccia o no (si è in guerra, e in Germania si discute dell’invio di carri armati e non di ambasciatori), desta inquietudine, e fa sospettare che le idee siano molto meno chiare di quello che si dice ai giornali. I governi europei potrebbero cadere proprio a causa delle conseguenze delle sanzioni alla Russia, in particolare quelli delle economie che senza gas e petrolio soffrirebbero effetti disastrosi: per ora il costo della crisi in Ucraina non è ancora finito sulle spalle delle famiglie, ma lo farà, e ci risiamo con l’Italia. Ciò che sembra oggi granitico sotto le decisioni di Enrico Letta e Mario Draghi potrebbe non esserlo più, e via forse a un secondo giro di valzer, in cui potremmo ritrovare sui teleschermi un nostro governo impegnato a spiegare perché certe sanzioni contro la Russia vanno tolte piuttosto che inasprite. Recitare a soggetto è una specialità tutta fatta di politica italiana, sia essa di destra o di sinistra; pensare che si resti per sempre, sulla questione dell’Ucraina, “tutti uniti cosi come oggi siamo”, potrebbe essere sbagliato.

[r.s.]

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