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giovedì , 9 Febbraio 2023

Il mistero Unabomber. Ce ne parla Greta Momesso

12.12.2022 – 13.00 – Oltre un decennio di violenza e attentati, paura e ricerche senza fine. Un colpevole, o forse molti, a cui non è ancora stato attribuito un volto. Arriviamo, dopo un lungo periodo di silenzio, ad oggi, la fine del 2022, quando a rendere ufficiale la riapertura delle indagini sono le autorità stesse.
Al centro dell’episodio un team di giornalisti del gruppo Gedi, coordinati da Marco Maisano, studiano il caso di Unabomber, contattando un ampio numero di vittime per collegare le vicende in un podcast (‘Fantasma’), e forse, finalmente, mettere un punto a questa storia.
Uno degli interventi è proprio quello di Greta Momesso, una donna cresciuta a Motta di Livenza, che al tempo dell’esplosione (13 marzo 2005) aveva solo sei anni: la vittima più giovane del bombarolo italiano.
Lei stessa ci parla così della sua esperienza: “ho pochi ricordi di quel momento preciso, e confusi. Un po’ per la giovane età, un po’ perché il tuo cervello nei momenti di shock confonde, non ti lascia ricordi precisi. Io ho fotogrammi ecco, del prima e del dopo.”
Greta ricorda come fosse particolarmente affollato il Duomo di Motta di Livenza, in occasione della vigilia della Pasqua di quell’anno. Aveva da poco compiuto sei anni. Così ricorda l’evento: “Non capivo niente della messa. E quando magari i genitori andavano a fare l’eucarestia lasciavano i bambini, che giocavano magari un po’ con le candele o stavano fermi sull’inginocchiatoio, che era comodo. Ti sedevi lì ed eri a posto. Io ho fatto così, non per niente. I miei sono andati a fare l’eucarestia, io sono stata là e sono rimasta un po’ seduta dopodiché, dato che mi sono sempre piaciute le candele- e mi piacciono tutt’ora- mi sono detta ‘perché non accenderla’? Ne ho scelta una tra tante.”

-Insieme a te ad accendere la candela c’era anche una signora,  come hai raccontato nel podcast. Cosa le è successo?
“Vedendomi in difficoltà per alcuni minuti, mi si avvicina questa signora. Aveva appena concluso l’eucarestia, infatti era più o meno il momento di ‘tirare le somme’ della messa e stavamo per concludere.
La signora mi aiuta con la mano destra sopra la mia sinistra, perché vedendomi in difficoltà mi ha detto ‘ti do una mano io ad inserirla’ e l’abbiamo inserita ed è partito l’ordigno. La signora appunto non si è fatta niente, solo dei graffi, un po’ al braccio, ma non ha avuto perdite.”
-Hai ricordi dell’esplosione vera e propria?
“Il mio ricordo unico è il colore grigio e un sacco di caldo. Ma, mi ha raccontato poi mio papà, che è stato il primo che mi ha soccorso, che in realtà io ho fatto un balzo di tre/quattro metri indietro”
-E qualcuno ti ha raccontato qual è stata la reazione generale? 
“Mia mamma è uscita con mio fratello e tutti, da quello che mi hanno raccontato, sono usciti urlando. Un altro fotogramma che ho in mente sono io sul sagrato della chiesa, distesa con mio papà che mi chiede ‘Ci vedi? Ci vedi?’ più volte ed una signora, che poi ho scoperto essere un medico, che mi stava coprendo la mano con un fazzoletto e fermando l’emorragia. Ma la mano era dilaniata.”
-Visto quello che stava accadendo, perché ormai gli attentati di Unabomber stavano durando da anni, ricordi il clima che vigeva? Ed in particolare com’è cambiato a seguito dell’attentato al Duomo?
“Mi ricordo che non mi facevano raccogliere niente da per terra, tipo caramelle, accendini, ovetti Kinder. Questo si, però io non ho raccolto niente da per terra. Quindi anche là, fondamentalmente è stato uno dei casi più assurdi perché era in chiesa ed io sono stata la più giovane. Il luogo è stato allucinante.”
-Hai ricordi di giornalisti o persone che si sono avvicinate a te o ai tuoi genitori per chiederti qualche intervista già all’epoca?
“La pressione mediatica su Unabomber, che era diventato un caso nazionale, era terribile. Per esempio, in quel periodo era morto papa Giovanni II e nella prima pagina del giornale c’era la mia notizia e in basso a destra ‘sta morendo il papa’. Fortunatamente però i miei genitori mi hanno sempre tutelata tantissimo.”
-Cosa ti ha lasciato il fatto di vivere un’esperienza del genere ad un’età così giovane?
“Di traumi non ne esistono solo di fisici, ma anche traumi interni e anche quelli vanno elaborati e compresi. Ma traumi di quel genere sento di non averne, perché i miei sostenitori sono stati la mia famiglia, i miei amici, i miei medici ed i legami che ho stretto con chi ha avuto anche la sensibilità di ascoltare, capire e andare oltre, come ho fatto io.”
-Quando hai sentito per la prima volta del progetto dei giornalisti del gruppo Gedi?
“Quando mi ha contattato Marco, a luglio e agosto ed è andato dritto al punto, dicendomi: ‘non voglio solo fare il poadcast’. L’obbiettivo in realtà auspicabile per loro era quello di fare un’indagine vera e propria.”
-E quando hai appreso allora la notizia della riapertura delle indagini?
“E’ successo quando stavo tornando a casa da Amsterdam a metà novembre con l’abitacolo dell’aereo che si muoveva e gli stuart che erano passati a dire di mettere via tutto. Lui (Marco Maisano) mi chiama e mi dice una cosa del genere e per un’ora e venti sono rimasta con il cuore in gola”.
-Cos’hai provato e che effetto ti ha fatto?
“È stato bellissimo. È stato eccezionale direi, merito di sicuro dei ragazzi. Ci sono entrati veramente dentro questa storia. Immagino sia una storia anche appassionante, non solo dal punto di vista dell’indagine e del diritto, ma anche dal punto di vista umano. Il fatto che non ci sia un nome, non significa solo che dal punto di vista legale manchi un colpevole”. E aggiunge: “Siamo abbastanza sicuri che questa persona abbia vissuto nei luoghi dove siamo vissuti io ed i miei: questo significa che io, o chi è stato colpito, poteva esserci seduto a fianco in treno, avergli temuto la porta in un negozio, averlo fatto passare davanti al supermercato. Lui, perché presumo sia un ‘lui’, come anche gli inquirenti hanno presunto, potrei averlo già incontrato.”
-Se ne avessi l’occasione, vorresti incontrare Unabomber?
“Non ho questa esigenza di parlarci, di chiedere il perché. Chiaramente se dovesse esserci un processo, dato che i processi sono visibili, in questo caso si, ma stiamo andando molto avanti. Comunque non ho bisogno di incontrare Unabomber, vorrei semplicemente che fosse fatto il percorso corretto della giustizia.”

[m.g]

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