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martedì , 28 Maggio 2024

Slow fashion, verso una nuova frontiera della moda sostenibile

di Ayrin Pettorosso
16.11.2023 – 09.43 – In un mondo ormai in rapidissimo movimento ci si scorda spesso di quanto la nostra fretta possa avere effetti negativi sull’ambiente. Uno dei settori che maggiormente incidono sull’inquinamento dato dalla rapidità di produzione, è quello dell’industria tessile, che da sola produce ben il 10% dei gas serra. Basti pensare che per realizzare una t-shirt o un paio di jeans occorrono tra i 2.700 e i 3.000 litri d’acqua, che il lavaggio di tessuti sintetici rappresenta il 35% del rilascio complessivo di microplastiche nell’ambiente e che, riferendosi anche agli acquisti on-line e quindi all’aumento dei trasporti, il solo commercio tessile produce all’incirca 270 kg di emissioni di CO2 per ogni singolo abitante dell’UE. Un’altra aggravante è certamente il bassissimo tempo di consumo dei capi, che tra il 2000 e il 2015 è diminuito del 36%, mentre la produzione è addirittura raddoppiata. Il movimento che promuove la moda sostenibile si trova, quindi, davanti ad una sfida particolarmente ardua.

A contrastare questo fenomeno consumistico si trovano varie associazioni in prima linea, alcune delle quali possono essere l’Unicef, Fairtrade Italia, movimento internazionale che promuove il commercio giusto e marchio di certificazione per il rispetto di standard sociali, economici e ambientali, e Humana People to People Italia, organizzazione laica indipendente impegnata nei diritti umanitari e contro la crisi climatica. Queste, si impegnano anche in un’importante campagna informativa che si svolge soprattutto sui social. A tal proposito, il 27 ottobre, si è tenuta una diretta Instagram sulla pagina @unicefitalia, dove Andrea Iacomini, portavoce di Unicef, Giuseppe Di Francesco per Fairtrade e Alfio Fontana per Humana, si sono confrontati sul tema della moda sostenibile e sull’enorme giovamento che un maggiore impegno solidale potrebbe dare all’ambiente.

Una delle argomentazioni principali del dibattito è stata quella della necessità di garantire un futuro migliore agli agricoltori e ai lavoratori nei paesi in via di sviluppo attraverso il riconoscimento delle condizioni lavorative primarie, come un salario, un prezzo del prodotto e un reddito minimi, l’eliminazione delle discriminazioni, del lavoro minorile, dello sfruttamento della manodopera, dell’utilizzo di OGM e il miglioramento dell’utilizzo di fonti sostenibili e dello smaltimento dei rifiuti. Inoltre, si è parlato di come il basso tempo di utilizzo dei capi tessili vada pesantemente ad incidere sull’inquinamento da essi prodotto e di come la raccolta di abiti usati possa essere la soluzione a questo problema. Infatti, Humana in particolar modo, si occupa di raccogliere abiti usati, che per il 65% saranno destinati al riutilizzo, per il 25% al riciclo dei tessuti e per il 10% al recupero energetico. Questa pratica permetterebbe di diminuire del 40% la produzione dei gas serra e di risparmiare 122 miliardi di litri d’acqua. Oltretutto, gli utili ricavati dalla rivendita degli abiti raccolti, vengono impiegati in progetti umanitari di cooperazione internazionale che si occupano di istruzione, aiuto all’infanzia e alla comunità, tutela della salute e sostenibilità dell’agricoltura. Mentre Fairtrade si dedica al tracciamento dei prodotti, in particolare del cotone, infatti punta, attraverso l’attenzione all’utilizzo delle risorse d’acqua, alla coltivazione pluviale e al ridimensionamento dell’utilizzo dei pesticidi, a produrre un cotone per il 100% tracciato e per il 75% biologico, rendendolo così ben cinque volte meno impattante a livello ambientale.

A favorire il lavoro di queste associazioni sono anche alcuni brand di produzione tessile, che negli anni tentano di aumentare la sostenibilità dei loro prodotti. Uno tra questi è il marchio Timberland che si impegna ad utilizzare plastiche e gomme riciclate, un cotone ecosostenibile e bio al 50%, a rifornirsi di pelle solamente in concerie dotate di certificazione argento o oro della Leather Working Group, a promuovere il riciclo e il riutilizzo delle calzature direttamente nei punti vendita, ad utilizzare energia per il 50% rinnovabile, a ridurre del 10% il consumo energetico, del 95% la produzione dei rifiuti e del 97% l’utilizzo di PVC all’interno dei prodotti.

A contrastare la tendenza green, però, c’è ancora la cultura del fast fashion, dei brand esageratamente economici e dello shopping on-line. Colonna portante di questo di questa corrente di pensiero è l’ormai famosissimo Shein, il quale però è stato recentemente al centro di una polemica che fa leva proprio sulla discutibilità dei suoi metodi di produzione. Questo brand è caratterizzato da ritmi di produzione insostenibili, da un ricambio dei modelli estremamente elevato e da una bassa qualità dei tessuti, che porta i prodotti ad avere un ciclo di vita brevissimo, inoltre, per abbassare i costi, l’azienda non rimette mai in commercio i capi resi, ma li manda direttamente alla discarica. Altro fattore preoccupante è l’altissimo tasso di produzione di sostanze chimiche dannose e inquinanti per acque e terreni che ne vengono in contatto, come anche l’enorme dispersione di microplastiche nell’ambiente.

Purtroppo la polemica riguarda anche lo stato dei lavoratori, infatti da un’indagine di Public Eye condotta su 17 stabilimenti è risultato che ai dipendenti di Shein viene offerto un salario bassissimo per contratti di lavoro che comprendono turni che superano anche le 12 ore con solo due pause, una sera libera la settimana e un solo giorno di riposo al mese. L’altro elemento venuto a galla è la totale mancanza di sicurezza all’interno degli stabilimenti, infatti è risultato che i corridoi e le scale sono sempre ingombri di rotoli di tessuto e mancano le uscite di emergenza, rendendo così l’eventuale evacuazione quasi impossibile. Inoltre, con un’indagine di Greenpeace Germania, è risultato che addirittura il 96% dei capi contengono sostanze nocive e che spesso vengono abbondantemente superati i limiti consentiti di presenza di sostanze chimiche nei capi.

Questa tendenza poco consapevole è ormai dura a morire in quanto viene anche abbondantemente sostenuta sul web e in particolar modo da youtuber e influencer, che con i loro diffusissimi video “unboxing” e video “haul” promuovono l’entusiasmo verso brand molto lontani dal mondo della sostenibilità. Non mancano però personaggi di rilievo che si impegnano a combattere questa superficialità, tra i green influencer possiamo trovare figure come Camilla Mendini, impegnata nella promozione dello slow fashion e dell’economia circolare, e Silvia Moroni, forte sostenitrice del secondhand, che si applicano per dar filo da torcere a tutti i sostenitori del fast fashion.

[a.p]

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